DONNE E MOTORI…

Senza il Bello da riscontrare, nulla appassionerebbe dato che – tutto quello che è bello lo è perché soddisfacente, ed è soddisfacente perché soddisfa la mente – è imprescindibile il legame tra Bellezza e Motori, ecco che – allora – in un blog sulla Bellezza, è d’obbligo argomentare pure di motori: non a caso, per Enzo Ferrari – creatore della “Rossa” italiana più famosa al mondo – un motore era buono solo se era bello.

Sull’argomento vi è una sorta di legge non scritta, per la quale i motori debbano essere una peculiarità tutta maschilepreconcetto più delle stesse donne che degli uomini – ma che il gentil sesso non fa ancora abbastanza per confutare tale pensiero, se non seccarsene o giustificandone le défaillance con indubbie teorie: è cosa assai nota, l’incompatibilità generale tra donna e meccanica, ciò però, non toglie del tutto la possibile esistenza di qualcuna che – invece – ami i motori e ne riconosca la Bellezza, nonostante il palese conflitto con dinamica e funzionamento o la totale e/o parziale ignoranza su una qualunque argomentazione tecnica sul tema, tuttavia questa, sia pur minima, parte del genere femminile, pare sia vista con diffidenza e sorpresa da quasi tutto il maschio universo e così, appena se ne presenta l’occasione – le suddette Signore, non si esimono di certo dal risponder a tono od a stile arringa difensiva, col malcapitato di turno che ha, malauguratamente, osato obiettare sulla possibilità che i motori possano appassionare una donna.

Ma io me la rido e, anzi, il più delle volte – viste le argomentazioni addotte ed il modo in cui vengono esposte dalla difesa femminile – mi ritrovo d’accordo con lo sventurato del momento, seppur me ne guardo bene dal manifestarlo, onde evitare ulteriori ed inutili dissertazioni a difesa.

Personalmente, ho sempre amato i motori in genere ed adoro guidare, in fondo “l’amore per il bello” si declina in un’infinità di forme tutte diverse sì, ma accomunate dal piacere che dispensano all’anima: mettermi al volante e macinare chilometri, mi rilassa, mi piace e mi fa sentire libera ed appagata, oltre che un po’ maschiaccio se paragono la mia guida con quella (generale) delle altre donne al volante – soprattutto se alle prese con retromarcia e parcheggi (sia in entrata che in uscita) – e, se potessi, guiderei qualunque tipo di veicolo pesante e leggero che sia e, persino, saper pilotare gli aeromobili non mi sarebbe dispiaciuto.

E se la Bellezza è capace di appagare l’animo attraverso i sensi, auto e moto sono – indubbiamente –  oggetti di meritata e degna contemplazione, tant’è che, per Ferrari, fu il Palladio il miglior progettista di motori, perché – anche se non si sarebbe visto – per Enzo Ferrari un motore non avrebbe dovuto essere solo potente ma anche perfetto esteticamente, inoltre – il papà della scuderia di Maranello – era fortemente convinto, che il suono del motore non doveva mai essere un rumore indistinto, ma bensì, un’armonia di suoni.

In fondo le passioni e la Bellezza dell’amore di cui sono espressione, non hanno genere né – tanto meno – sono classificabili e/o catalogabili, eppure non mi meraviglia né mi infastidisce l’idea che, ad un uomo, il pensiero di una donna affascinata dai motori e dalla guida possa farlo sorridere o che – ancor più – gli possa apparire improbabile o che, ancora, pensi non si addica all’esser donna, in fin dei conti siamo diversi e vediamo e pensiamo le cose in maniera differente, è ovvio e normale e non c’è nulla di male, per gli uomini due più due fa sempre quattro, mentre noi, riusciamo a vedere anche risultati inesistenti e ad ipotizzare e convalidare teoremi indimostrabili: abbiamo più fantasia e siamo molto più imprevedibili, ma – in ogni caso – complementari gli uni alle altre e poi, è risaputo che, da che mondo è mondo, esiste un’unica immagine universale, per cui gli uomini associano la Bellezza di donne e motori…

Painting by John Guillemette

Ma, se la Bellezza è ovunque, in ogni piccola cosa ed in qualunque essere vivente, la potenza della Bellezza è anche – e soprattutto – nella disarmonia o la dissonanza di esseri, idee o pensieri che – però – insieme, danno vita all’antico concetto dell’armonia dei contrari, ovvero quel senso di riflessione benevola che invita a scoprire il bello nascosto in tutto ciò che ci circonda, così come vi è Bellezza nel suono di un motore che romba e che sa dell’impagabile profumo di libertà che solo centauri, piloti e viaggiatori amanti ed appassionati di moto e motori riescono ad assaporare, la si può trovare anche in punti di vista  o pensieri o idee differenti… intanto, però – se proprio non si riesce a scorgere l’armonia degli opposti –  basterebbe, forse,  soltanto un po’ d’autoironia, frizzo ed intelligenza… a volte.

“La pista è la mia tela, la mia auto è il mio pennello”. (Graham Hill)

UNA CANESTRA DI POETICA BELLEZZA…

Larmoniosa Bellezza dell’incontro di luci ed ombre, su tela, come solo Caravaggio sapeva creare, è indiscutibile e, la celeberrima “canestra di frutta”, rappresenta esattamente l’inizio dell’utilizzo fondamentale del contrasto tra luce ed ombra dell’artista che – con quest’opera – consacrerà ad elemento essenziale al pari della figura umana, la Bellezza dei fiori che non saranno più solo e puramente da cornice o decoro, ma incominceranno ad essere – finalmente – soggetti artistici vivi oltre che veicoli di messaggi e significati come lo è – appunto – la Canestra di Frutta di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

La Canestra è un’opera del primo Caravaggio, quando – ancora giovane – gli venne commissionata dal Cardinale Federico Borromeo durante un soggiorno nella città di Roma che, poi, donò alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano – insieme a tutte le opere della propria collezione privata – dopo averne fatto costruire l’edificio che la ospita quando divenne Arcivescovo della città meneghina , con l’intento di creare un luogo di cultura, religione, letteratura ed arte per promuovere l’arte della Controriforma pregna di dottrina e sentimento al fine di mantenere stretti i propri fedeli raccontando loro con l’arte, il dramma e le storie degli esseri umani e, quindi, la caducità della vita terrena a favore dell’eterno, assunto profondamente religioso e caro a Borromeo, uomo di chiesa sì, ma anche e soprattutto di cultura ed amante dell’arte.

L’opera di Caravaggio non è – perciò – una “semplice” canestra di frutta, ma, in essa, l’artista racchiude l’allegoria della vita e della morte proprio tramite il contrasto tra la luce, ovvero la vita e l’ombra cioè la morte: l’umanità è pervasa dal peccato e tutto è passeggero, la vita è una breve stagione che il Merisi riassume nel “memento mori” – tema a lui caro – a rammentare che la morte incombe, il tutto magistralmente riassunto in una canestra di frutta dal realismo estremo.

Su di uno sfondo privo di dettagli che ricorda una parete intonacata, Caravaggio, ha posto una canestra di vimini intrecciato colma di frutta di vario genere e posata su di un piano di legno che corre parallelo allo sguardo, ma in bilico al punto da sembrar cadere, vacillante e sospeso come la condizione umana: il cesto instabile simboleggia la Chiesa e la volontà del clero di volersi offrire all’umanità, la frutta integra è simbolo di vita perché cibarsi è una finzione vitale, mentre, il deterioramento della frutta rappresenta la morte, niente è perfetto o “pulito” dalla raffigurazione, ma ogni cosa è dipinta e resa meravigliosamente reale dalle imperfezioni riprodotte con attenzione e meticolosità straordinarie.

La Canestra – dalla poetica Bellezza – è l’equivalenza ineccepibile della vita e del tempo che passano: le mele sono bacate ma lucide e compatte, le foglie sono morsicate dagli insetti, accartocciate e con macchie causate dalle malattie, sull’uva vi è la tipica patina di cera che ricopre gli acini ed i fichi hanno la loro caratteristica buccia vivida e rugosa, la mela al centro ha un buco che intacca la finta perfezione e sta per marcire, le foglie ai lati, bucate od accartocciate, sono ormai senza vita.

E così che, tra le luci e le ombre di una natura mortaCaravaggio – è riuscito ad imprimere, la Bellezza della vita e la forza del tempo che passa e consuma una perfezione soltanto apparente, perché la vera, pura ed alta Bellezza – nel suo significato più intenso ed imperituro – può solo sfiorire, ma non morire.