APHRODITE: NASCITA DI UNA DEA…

C’era una volta… un padre dispotico ed autoritario che dominava il mondo, ma – come spesso accade – sono le nostre stesse paure ad ucciderci, e così fu anche per Urano che finì per esser spodestato da uno dei suoi figli così come aveva sempre temuto e cercato di evitare, ma, si sa, che la Donna ne sa una più del diavolo (figurarsi una Dea) e che tutte le mamme hanno un debole ed un ascendente particolare sui figli maschi, tant’è che Cronos – proprio in combutta con la madre Gea, spodesta il padre Urano dal dominio del mondo e lo fa recidendo con la falce i suoi genitali gettandoli in mare.

“La Nascita di Venere” by Alexandre Cabanel (1863 – Musée d’Orsay – Parigi)

Ed ecco che, dalla schiuma del mare agitato – in greco aphròs – nasce Afrodite, la Dea della bellezza, la quale emerse dalla spuma del mare su una conchiglia grande come una barca, ma senza vele, fu il vento –  cullandola dolcemente sulle onde azzurre – a sospingerla sino all’isola di Citera e per questo chiamata anche Citerea, ma alla giovane bellissima, l’isola a sud della Grecia parve troppo piccola, così si spostò nel Peloponneso fino a giungere all’isola di Cipro, dove il culto di Afrodite si estese ed Ella chiamata Cipria.

“La Nascita di Venere” (1845)
by Sandro Botticelli
Galleria Degli Uffizi, Firenze

Come il Botticelli ha splendidamente rappresentato, Venere giunse sulla conchiglia in riva al mare nuda, con i lunghissimi capelli biondi che le avvolgevano quasi tutto il corpo bianco come il latte e che s’intravvedeva tra la lunga chioma, in quel momento dal cielo cadde una pioggia di fiori di mille colori, allorché la bella dea sorrise e fu un meraviglioso tripudio di stormi di rondini e colombe bianche e di delfini che guizzavano.

Sulla spiaggia ove approdò Afrodite, giocavano le bellissime figlie della dea Temi, le Ori che – vedendola da lontano – la coprirono con dei veli, le intrecciarono i biondi capelli con corone di fiori e la invitarono all’Olimpo affinché gli dei la conoscessero: così sull’Olimpo fu festa grande per accoglierla quando giunse sopra un carro trainato da rondini e colombe: Venere arrivò bella come non mai, al punto tale che al suo cospetto tutti gli dei presenti tacquero di colpo.

Fu Zeus, dall’alto del suo trono, a darle il benvenuto elogiando ed attestando l’incomparabile bellezza di Afrodite, così, il capo di tutti gli Dei, ammaliato, l’accolse come figlia adottiva e – ritenendola degna di onori assai più grandi – le conferì il titolo di Dea dell’amore e della Bellezza, ma, dato che (De André docet n.d.r.) “una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale” perché “come una freccia dall’arco scocca e vola veloce di bocca in bocca”, come le comari, anche le Dee rosicarono d’invidia innanzi alla Bellezza di Venere oltre ad adirarsi oltremodo per l’apprezzamento di Zeus a cui ambivano tutte .

Ebbene sì, anche tra le Dee serpeggia il morso della gelosia e – anche se Era ed Atena furono le prime a comprendere che con l’arrivo di Afrodite la loro supremazia avrebbe avuto un’insidiosa e temibile rivale – pare che Venere non nutrisse una grande affinità con le altre donne, per non parlare delle varie disavventure che causò alle varie Elena, Fedra e tante altre… ma vogliamo ricordare il riprovevole umiliante modo in cui trattò l’amante di suo figlio Eros, ovvero Psiche?!

Purtroppo la Bellezza suscita da sempre invidia e gelosia e – sia tra le Dee che tra noi comune mortali – innanzi ad essa si attiva uno dei più comuni meccanismi per cui le donne si combattono e si demoliscono vicendevolmente anziché allearsi: l’altra, ancor di più se bella, è sempre una rivale con cui competere e da superare, eppure la “vera Bellezza” è in tutto e tutti, è quella dell’essere “unici” ed inimitabili, dovremmo solo riuscire a vederla e riconoscerla… affinché vivessimo tutti felici e contenti.

IMMAGINE…

Oggi, compie cinquant’anni, la canzone più celebre e rappresentativa di John Lennon nella sua carriera da solista dopo lo scioglimento dei Beatles: era l’11 ottobre 1971 quando veniva pubblicato il singolo “Immagine” negli Stati Uniti d’America, pezzo che da allora è il più reinterpretato in assoluto, oltre ad essere considerato uno dei brani musicali più belli della storia della musica rock.

Il fulcro della canzone, è il costrutto per cui se tutti immaginassimo un mondo migliore, diventerebbe – di conseguenza – più facilmente raggiungibile un futuro migliore, in sintesi, Lennon auspica ad una laicità sociale per cui si annulli il materialismo e l’utilitarismo, sminuendo l’edonismo ed il radicamento religioso, affinché l’umanità tutta possa divenire ed essere “tutti un solo mondo, un solo paese, un solo popolo”, insomma, un inno alla fratellanza tra tutti gli esseri umani ed alla pace tra i popoli per diventare un tutt’uno, ponendo – quindi – fine a lotte e guerre di ogni sorta e genere.

Ma perché parlarne in un blog sulla Bellezza?

Perché “Immagine” – al di là delle varie teorie e/o ipotesi che la vanno a collocare a secondo delle varie esigenze contestuali – è, invece, un invito ad apprezzare la Bellezza del mondo, che – se gli uomini non lo danneggiassero – potrebbe essere già di per sé una sorta di paradiso terrestre sotto lo stesso cielo uguale per tutti ed ovunque.

Se ci fermassimo a pensare per un solo momento alle parole di Lennon, probabilmente, ci renderemmo conto della Bellezza della Semplicità dell’interazione umana senza filtri e pregiudizi di alcun genere, perché – alla fine dei conti – è l’uomo ad aver creato le divisioni e le classificazioni di cose, persone, stati, religioni e chi ne ha più ne metta, così, in un mondo dove ogni argomentazione o fatto è spunto per un “tu contro me” e viceversa, “Immagine” è quanto mai attuale.

La ballata che John ci ha regalato, è un ossimoro lineare sul focalizzarsi nel presente guardando al passato, alla Pura Bellezza della naturale realtà dell’essere e delle cose, a quando tutto era ancora scevro dalle modifiche “artificiali” apportate dall’uomo e che – spesso – hanno finito solo per danneggiare il Bello che c’era, invece, di costruire un mondo migliore e, allora, “immaginiamo che non ci sia alcun paradiso e nessun inferno” ma “solo il cielo sopra di noi”, e “niente patrie, proprietà, cupidigia o brama” e – quindi – “nulla per cui uccidere o morire”, perché se tutti insieme lo immaginiamo, ecco che sarà più facile raggiungerlo.

Infondo il mondo raccontato da Lennon, è un po’ anche Shambala: quel luogo fisico esistente ma assieme anche spirituale e soprannaturale ove la gente vive in pace ed armonia, un mondo “ripulito” dalle brutture e dalle violenze, perché un mondo “Semplicemente Bello” lo si può sognare e si può credere che anche altri avranno il coraggio di “immaginarlo” così, perché allenarsi ad imparare Bellezza ci rende liberi, appagati ed in armonia con l’universo intero, ma, per far sì che la bellezza sia davvero promessa e preludio indistintamente della felicità di ciascuno, diventiamo, creiamo ed elargiamo arte di bellezza.

La vera ed “alta Bellezza” – fil rouge di “Immagine” è un traguardo che bisogna avere il coraggio di sognare, perché “prima di tutto bisogna pensare a volare, poi si vola… concepire l’idea è la prima mossa.” (John Lennon, 1980)

Un Anno Insieme…

Quando – ormai un anno fa – iniziai a narrare di Bellezza in questo piccolo spazio virtuale, non mi sfiorò di certo il pensiero che qualcuno avrebbe potuto leggermi e seguirmi costantemente in questo mio utopico viaggio nella Nuda Bellezza come completa ed alta forma d’arte e d’armonia, seguendo – semplicemente – quel filo rosso che lega, indissolubilmente, vita, arte ed essere con musica, parole, immagini e sogni in storie e concetti reali e/od irrazionali.

Invece, alcuni di voi hanno cominciato a seguirmi, venendo dietro ai miei pensieri astrusi ed antichi sulla Bellezza nella sua accezione più alta, abbracciando il mio ardire nel proporre la Bellezza nuda ed alta, come norma di vita mediante una raffinata educazione del gusto alla bellezza… così ho scoperto un universo parallelo fatto di blogger intellettivamente sensibili, di ironica intelligenza e di gran cuore e sensibilità.

Perciò, dedico a tutti voi che mi seguite questo mio post, con l’augurio di poter continuare – ciascuno a proprio modo – d’esprimere in piena libertà sia sé stesso che le proprie passioni in ogni singolo pensiero, immagine e parola nel personale viaggio interiore di ognuno verso Shambhala, per il raggiungimento di quella “fonte della felicità” che alberga nell’armonia dell’infinito dentro ciascheduno di noi e di incontrare – durante il cammino – sempre più anime capaci di comprendere, rispettare e condividere Bellezza.

Grazie a tutti… LaNube.

“E’ facile sopportare le sofferenze
provocate dalla mancanza di cibo e di vestiti…
ma il vero grande dolore che alloggia nel cuore dell’uomo,
è l’incapacità di esprimere pienamente se stesso…”


(Rabindranath Tagore)

L’Alba dentro l’Imbrunire…

Quando una società si allontana dalla bellezza, che dell’arte è una delle facce, inizia la decadenza… quando un individuo pensa di poter fare a meno dell’etica e della bellezza che ne è inseparabile compagna inizia la morte vera, quella spirituale…”

(Franco Battiato)

IL GENIO DEL BELLO…

In un blog cui il fil rouge è la Bellezza, è d’uopo narrare del pensiero venusto di colui che, del “bello”, ne fece credo e ragion di vita: Gabriele D’Annunzio, “il Vate”, “l’Immaginifico” per cui viver l’arte e d’arte significava che fosse la spasmodica e meticolosa ricerca della bellezza e del piacere il fulcro di tutto e – dunque – anche cardine della poetica dannunziana.

D’Annunzio amante e cultore d’ogni Arte, ha vissuto e creato col costante pensiero rivolto al concetto di bellezza in quanto strumento per entrare nelle corde più intime e profonde della società, ideale intorno al quale si formerà la sua figura d’esteta di massimo profilo; egli si concentrò sulla bellezza delle piccole cose, sui dettagli minuziosi: quello dannunziano era un estetismo tutt’altro che superficiale e/o astratto, ma – al contrario – era un’instancabile perpetua ricerca delle infinite sottigliezze del “bello”.

Come il suo alter ego Andrea Sperelli – protagonista de “Il Piacere” – il vate, reputava la parola come la più alta forma di Bellezza volta al puro piacere e, perciò, anch’essa parte di quella suprema bellezza capace di rinfrancare lo spirito se applicata ad ogni campo della vita, appagamento che non si raggiunge solo con la realizzazione della stessa, ma – e soprattutto – nella continua ricerca del bello anche al di fuori del reale: ogni sua opera e poesia è un infinito caleidoscopio di immagini e parole traboccanti d’estasiante Bellezza.

Non sempre apprezzato e capito (tutt’ora n.d.r.) dai più, D’annunzio si erse a difensore della pura ed alta Bellezza che la moderna società di massa (già allora) rischiava di compromettere ed arginare, poiché – per un’esteta – accettare la grigia, banale e moralistica realtà, equivale al privarsi della felicità che solo la ricerca della bellezza può donare.

Painted by Fabrizio Cotogno (Gabriele D’Annunzio)

Ed allora ecco che, in un periodo storico e sociale particolarmente difficile e complicato come quello che stiamo vivendo, raccontare e ricordarci della bellezza che ci circonda ci aiuta ad essere positivi ed a sperare: il culto dannunziano per la somma e irraggiungibile bellezza può renderci la vita “imagnifica e inimitabile” poiché, in fondo, tutto quello che è bello lo è perché soddisfacente ed è soddisfacente perché soddisfa la mente e allora – perché la bellezza sia davvero promessa e preludio indistintamente della felicità di ciascuno – diventiamo, creiamo ed elargiamo arte di bellezza e – soprattutto – impariamo a cercarla e riconoscerla nelle piccole cose per riscoprire il bello nascosto in tutto ciò che ci circonda proprio in quell’ottica dannunziana della Bellezza nella sua accezione più profonda quale riflessione benevola sul significato della propria esistenza, così ch’essa sia una via di elevazione dello spirito e – se è la vita ad imitare l’arte e non viceversa – allora il filo rosso dell’armonia lega indissolubilmente vita, arte ed essere… Shambhala!

 Gli uomini d’intelletto, educato al culto della Bellezza, conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di ordine.” (Gabriele D’Annunzio).